Il divertimento della Corte

I passatempi ed il parco divertimenti dei Borbone

 

 

Mentre segna il Pallon l'aerea traccia, cresce il vigor nella robuste braccia

I giochi del XVIII secolo

I giochi della piccola borghesia e del popolo erano meno sofisticati e costosi. I giovani, ma anche gli adulti, giocavano per strada alla ruzzola o anche alla morra, ai dadi e soprattutto alle carte.

Una stampa tedesca del sec. XVIII raffigura una “venditrice di giocattoli”. Sulla gonna ampia, agganciati a cerchi in ferro, pendono tanti giochi diversi. Fra gli altri il gioco della dama, i birilli e una raffigurazione in legno di un cacciatore che insegue un cervo.

Innumerevoli sono i riscontri iconografici sui giochi settecenteschi, come nei dipinti di David Teniers della Galleria Sabauda, con i “Giocatori di carte” e “Il gioco dei dadi”, dove giocatori accaniti si affollano intorno ad improvvisati tavoli da gioco, nelle osterie, dove immancabile è il grande boccale di birra. Altro tono è nei dipinti di Chardin, dove tutto il suo amore è per il mondo piccolo borghese, così che dipinge le due tele degli Uffizi con “Il ragazzo che gioca con le carte” e “La fanciulla con il volano”, del 1717, e ancora “Il bambino che gioca a trottola” del Louvre; scene di genere dove è dipinta la piccola borghesia francese del Sette­cento. La giovane fanciulla del volano indossa un candido grembiule, sul fianco le forbici da cucito e gli aghi. La mano destra regge una racchetta, nella sinistra la “pallottola”, piombata da una parte e piumata dall’altra.

Agli inizi del Settecento diventa comune anche il gioco con i soldatini di sta­gno, ma anche i giochi con fini didattici anche per adulti, come le carte che inse­gnano l'alfabeto e l’astronomia.

Sono del Settecento i primi giocattoli meccanici, quelli illustrati nell’Histoire des Jouets di H.R. D’Allemagne. D’altra parte il Settecento è il “secolo dei lumi”, dell’applicazione dei principi delle scienze e delle tecniche anche all’effimero.

I giochi nella Reggia di Caserta

Tanti e vari erano i divertimenti “inventati” per il diletto dei Sovrani, dei Principi e di tutta la Corte a seguito dei Borbone. Basti pensare a quelle architetture costruite proprio allo scopo di divertire gli “annoiati” principi, che avevano anche un fine didattico.

Così nella Reggia di Caserta, nel luogo di un antico fortino cinquecentesco, costruito dai Caetani, verrà progettata la Castelluccia, un vero e proprio castello in miniatura, armato di tutto punto e circondato dal fossato con il ponte levatoio. Sempre a scopo di diletto educativo si realizzerà la Grande Peschiera, dove Ferdinando IV “giocherà” alle battaglie navali. Il re aveva destinato alla costru­zione una consistente somma di denaro, che provocherà, nel 1768 l’interruzione dei lavori del Nuovo Palazzo.

La Castelluccia

Guardando poi attentamente tra le carte settecentesche dell’Archivio Borbo­nico, si scopriranno altri luoghi destinati ai giochi di corte, sicuramente meno impe­gnativi dei finti “giochi di guerra”, come la “Sala della Racchetta” o della "Pallacorda”, una sorta di tennis primordiale inventato nel ’500. Il gioco veniva eseguito tra due o quattro giocatori, in un campo diviso da una rete, si lanciavano e rilancia­vano una palla usando una racchetta o anche il solo palmo della mano (Jeu de Paume). Il gioco ebbe gran successo presso le corti europee, ma soprattutto in Fran­cia durante i secoli XVII-XVIII. Basti ricordare il “Giuramento della Pallacorda” avvenuto nel 1789 nel Palazzo di Versailles, proprio nella Sala della Pallacorda.

Ma al diletto non erano deputati solo i Principi, anche le giovani Dame si di­vertivano con le lezioni di pittura di Hackert, nell’esercizio della musica, ma anche nel piccolo “teatrino” detto delle Principesse, dove avvenivano le rappresentazioni teatrali.

E il teatro era una grande passione, se si pensa alla volontà espressa dallo stesso Carlo III di costruire un teatro di corte, progettato all’incrocio fra la facciata occidentale del Palazzo ed uno dei bracci mediani. E il teatro fu la prima parte del Palazzo ad essere inaugurato, nel Carnevale del 1769.

Leggendo le carte d’archivio e percorrendo le sale dell’Appartamento Storico casertano, non quelle di rappresentanza, ma le cosiddette “retrostanze” si accede, da una porta che si apre nella Sala di Alessandro, a quella stanza che un tempo ve­niva destinata al gioco del biliardo,ma che durante la Seconda Guerra mondiale era diventata la cucina per le truppe appiccando il fuoco al centro della sala. Del gioco del biliardo si hanno notizie fin dal XVI sec. , derivato dal più antico gioco della pallamaglio che consisteva nel far passare una palla sotto archetti mobili, colpendola con un martello di legno.

Nel ’600 il gioco si diffuse in tutta Europa, diventando comunissimo nel ’700, quando tutte le ville, le case patrizie, ma anche la ricca borghesia possedeva un ta­volo da biliardo in casa. Le forme dei tavoli erano varie e si giocava con birilli e due palle. Solo nell’Ot­tocento i tavoli assunsero le proporzioni attuali e le stecche non furono più deco­rate, ma solo diritte.

Le giostre di Real Villa della Favorita, in Ercolano

E ad un certo punto della storia i diversi ceti, così distanti fra loro, sembrano incontrarsi, almeno nel divertimento, scaturito dall’evoluzione tecnica. Questo solo grazie ad un principe illuminato come Leopoldo di Borbone, che acquisendo alla morte del padre, Ferdinando IV, la bella villa Favorita di Resina, apre il parco al pubblico divertimento.

Leopoldo è il figlio ultimogenito di Ferdinando IV e Maria Carolina, principe di Salerno (1790-1851), fu proposto, nel 1825, per la successione al Trono delle Due Sicilie al posto del fratello Francesco I. Uomo di temperamento originale, col­lezionista e artista, rinunciò alla successione per dedicarsi ai suoi svaghi e alle sue collezioni.

Fu Leopoldo di Borbone a volere la costruzione delle “Giostre” nel parco della villa. Non sappiamo chi progettò i giochi, ma sicuramente l’ispirazione dovette giungere d’Oltralpe, forse ad emulazione dell'imperatore d’Austria Giuseppe II, zio da parte materna. Egli aprì al pubblico di Vienna la grande riserva di caccia Prater,dove nel 1897, per l’Esposi­zione Universale, venne costruita la grande ruota d’acciaio, la Riesenrad. Ma un precedente più immediato è nelle attrazioni parigine del parco di Monceau e di Ri­voli, costruiti nella seconda metà del Settecento.

Le giostre della Favorita andarono completamente distrutte con “i famosi giochi ridotti in pezzi” quando la villa divenne proprietà del re d'Italia nel 1860, anche se furono recuperati con l’acquisto da parte del Pashà Ismail nel 1879. Oggi conosciamo l'aspetto delle giostre del “Parco dei divertimenti” inventato dal Principe Leopoldo, grazie ai dieci modellini lignei realizzati dall'Artigiano Reale, Nicola Ardito, ed ora visibili negli Appartamenti del XVIII secolo.L'utilizzo delle giostre è descritto in dieci tavole acquerellate realizzate da Nicola Sangiovanni nel 1830. Le tavole, ora conservate nel Museo di San Martino, hanno tutte in alto una scritta che riporta il nome della giostra.

 

nicola-sangiovanni-campi-elisiRuota dei Campi Elisi - Nicola Sangiovanni, 1830

 

Le prime due si riferiscono alle “Ruote dei Campi Elisi” a cui corrisponde l’equivalente modello ligneo.

La denominazione viene dagli ultraterreni Campi Elisi della religione pagana,l'equivalente del paradiso. Il meccanismo viene azionato dal basso tramite un sistema di ruote messo in movimento dalla forza delle braccia di quattro uomini che girano intorno ad una grande ruota dentata. Il complesso meccanismo di aziona­mento era sottoposto al piano del terreno, come si vede dall'acquerello, e vi si acce­deva tramite un passaggio laterale.

 

caserta-giostre-campi-elisiI modelli lignei dei Campi Elisi

All’epoca della realizzazione delle prime giostre, nel 1823, il principe Leopoldo aprì il Parco al pubblico durante i mesi estivi e nei giorni di festa come si vede nella veduta a volo d’uccello di Salvatore Fergola del 1829. Un disegno preparatorio per la litografia, entrambi conservati al Museo di San Martino. Ed è una gran festa di popolo, con uomini e donne che passeggiano, la banda militare e le giostre intorno a cui si accalca la folla. E una gran festa, “una moltitudine di uomini e donne passeggia, popolane al braccio di ‘ardimentosi’ militari e ‘borghesi’ con ‘cappelli monumentali, ricchi di nastri a tese larghissime’” secondo la foggia dell’epoca.

Eppure il successo dell’iniziativa non bastò a preservare il parco dall’abban­dono, nonostante l’intervento di Ferdinando II che, venuto in possesso della villa dopo l’avvenuta morte di Leopoldo nel 1851, spese 80.000 ducati per rimettere in funzione le giostre. Il lavoro fu diretto da Enrico Alvino che all’epoca costruì anche le “Montagne Russe”. Ma pochi anni bastarono perché la villa del principe fosse tristemente abban­donata, come a tutt’oggi si vede, privata di tutto l’arredo, disperso nelle varie Regge.

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