La Regina Maria Amalia di Sassonia

Ebbe grande influenza politica, e contribuì attivamente al progetto della Reggia.

 

 

Maria Amalia - Louis de Silvestre, 1738

Aut: Nadia Verdile

Le origini

(Dresda, 24 novembre 1724 – Madrid, 27 settembre 1760)

Maria Amalia Wettin di Sassonia nacque a Dresda, nel palazzo di Zwinger, il 24 novembre 1724; figlia di Augusto III di Polonia, elettore di Sassonia, e di Maria Giuseppa d’Asburgo, figlia dell’imperatore d’Austria Giuseppe I, fu educata all’amore per le arti; parlava, quando giunse nel Regno di Napoli, oltre al tedesco, il francese e l’italiano, oltre che, come da tradizione, traduceva il latino.

Dalle cronache del tempo apprendiamo:

«Nel fiore degli anni […], ragguardevole molto per l’esterna bellezza del corpo, ma più per le interne qualità dell’animo, […] congiunte insieme Grazia e Maestà, senno e leggiadria, e per le sue rare doti […] veramente adorabile. Possiede fino in 4 lingue […] cioè la latina, la italiana, la francese e la tedesca […], ornata di nobili Arti, cioè di Musica, di Disegno e di ricami, e quello che corona e rende pregevoli questi sì chiari ornamenti è la Religione Cattolica […] e la cristiana Pietà, che in lei risplende mirabilmente [convertendola in] una delle più compite e generose Principesse d’Europa»

Trascorse nel suo Paese natale solo tredici anni, tutti tra il castello natio e quello di Pillntz. Fu da qui che partì per recarsi, sposa di Carlo di Borbone, verso la sua nuova patria.

Il futuro matrimonio

Sappiamo che quando nel 1737 il futuro marito vide il suo ritratto(vedi foto sopra) inviatogli da Dresda per la promessa di matrimonio, così scrisse alla madre, Elisabetta Farnese:

«Je diroy à vos M.M., selon ses ordres, qu’elle m’a parû tres belle, & que, selon sa fisionomie, elle doit avoir un genie admirable, j’assure à vos M.M. que j’en suis tres content; & je rend de noveau les plus heunbles graçes a vos M.M. de m’avoir destinée celle cy»

Travagliata e lunga fu la scelta di una moglie per Carlo. Le strategie messe in campo dalla madre Elisabetta Farnese, miravano a far unire il giovane figlio con una principessa asburgica, e Maria Teresa d’Austria (la futura regina austriaca), era stata la prima promessa sposa.

Fallita l’alleanza matrimoniale, andato deluso il tentativo della diplomazia francese di far contrarre nozze con Luisa Elisabetta di Borbone (la piccola figlia di Luigi XV) per espresso diniego della regina madre, la scelta di questa cadde su Maria Amalia Wettin, che costituiva una sorta di compromesso tra le "desiderata" della corte spagnola e la contrarietà austriaca nei confronti di un’unione asburgico-borbonica. Maria Amalia, infatti, aveva sangue asburgico, ma non era austriaca. Il contratto matrimoniale con la corte polacca fu siglato il 31 ottobre 1737 e la dote fu fissata in 90.000 fiorini.

I mesi seguenti trascorsero nell'ansiosa attesa della partenza, che in Polonia veniva rimandata di giorno in giorno con motivi alquanto pretestuosi. Carlo era visibilmente agitato; si ammalò e dimagrì al punto tale che nelle corti straniere si giunse a sussurrare che fosse tisico. Elisabetta - vera mamma italiana - sgridò il figlio perché, a suo avviso si dedicava a troppi «exercices violents» e lo minacciò che i suoceri «tireront en longeur mon mariage, jusque à tant qu'ils me sachent plus gras». Carlo, da bravo figliolo, la rassicurò: «il est vray que j'estoy maigri avec la maladie, mais asteur je suis plus gras que je n'ay jamais esté» l'avesse ancora un po' con lui per quella brutta figura, da imputarsi probabilmente ad un eccesso di moralismo bigotto.

Il matrimonio

Il matrimonio reale, annunciato a Madrid l’8 gennaio 1738, si celebrò, per procura, il 9 maggio 1738. Manifestazioni e tornei furono messi in scena per festeggiare i due giovani sposi. Tre giorni più tardi, con un seguito di oltre 200 persone, l’adolescente Maria Amalia partì alla volta del Regno di Napoli. Un viaggio di 34 giorni che si concluse, il 19 giugno, a Portella, al confine con lo Stato Pontificio, dove fu ricevuta da Carlo. Il ministro Bernardo Tanucci scrisse al padre Ascanio qualche giorno dopo l’arrivo di Maria Amalia:

«Venne finalmente la Regina giovedì; fu ricevuta nel confine dal Re sotto un padiglione a tre navate; la di mezzo formava la sala, a mezzo della quale il Re la ricevé e le impedì di inginocchiarsi, trasportandola subito dall’altra parte»

Così re Carlo scrisse ai suoi genitori due giorni più tardi da Gaeta:

«Je diroy aussi à vos M.M. quell’elle est beaucoup plus belle que le portrait, qu’elle à un geni d’un ange fort vife, & beaucoup d’esprit, & que je suis l’homme le plus content, & le plus fortuneé de ce monde, & je ne sçauroy dire combien nous nous aimons; & aussi que, graçes a Dieu, tout est allé fort bién, & que demain à Naples, & qu’Elle escrit aussi à vos M.M.»

La vita matrimoniale col re

Purtroppo il matrimonio - come Carlo dovette constatare di lì a poco - non era fatto solo di lati positivi: perfino l'ordine di san Gennaro, creato per l'occasione, gli stava dando qualche grattacapo. La Regina, forse anche per la fatica del lungo viaggio, ebbe qualche problema di salute, ma in autunno si era già rimessa al punto da partecipare attivamente alla vita dinamica della corte napoletana (caccia, gite a Portici, gale e baciamani, serate all'opera), con perfetta soddisfazione del marito, chesenza troppo preoccuparsi della sua giovane età - l'avrebbe voluta sempre compagna nei suoi assidui e faticosi esercizi venatori.
Di lì a poco sopravvenne a turbare la felicità di quei primi mesi il vaiolo contratto da Maria Amalia, che si manifestò intorno alla prima settimana di febbraio del 1739. Carlo dovette allontanarsi dalla moglie e si trasferì a Portici, mentre la Regina rimase nel palazzo reale di Napoli, annoiandosi a morte durante la quarantena. I corrieri andavano e venivano anche due volte al giorno, ma la separazione forzata fu dura soprattutto per il Re, ormai profondamente legato alla moglie e intristito nel ritrovarsi tutto solo. Quando Maria Amalia poté alzarsi, Carlo, passando sotto le finestre del palazzo, la vide protetta dalle vetrate e scrisse emozionato ai genitori.

Il 13 marzo, terminata la convalescenza, gli sposi poterono riabbracciarsi e il Re si accorse che la sua moglie-bambina era cresciuta durante la malattia: ormai era quasi una donna. Bisognava tuttavia aspettare ancora un po', fino agli inizi del 17 40, perché fosse in grado di assicurare la successione al trono.

Nei primi tempi, la regina, di giovanissima età, non mostrò grande interesse per le questioni politiche:

«Elle à beaucoup d’esprit, & elle à un genie d’un ange, & elle me regarde toujour au visage pour ne faire autre chose que ce que je veû; & je diroy a vos M.M. que, pendente qu’elle s’abille – que c’est de puis 9 heures jusque à 11 – je tient dans mon apartement mon conseille, & toutes les fois que les secretaires ont quelque chose à me dire je sort à mon apartement
pour qu’ils m’en rendent compte; & je doy dire à vos M.M. qu’elle ne se mele en rien»

Il rapporto con il marito si andava stabilizzando, i due si piacevano e l’unione si rinsaldava. Fin da subito i giovanissimi reali condivisero i piaceri del loro stato, più di tutto amavano andare a caccia:

«Le mercredi passé je alloy à Agnano avec ma femme, & je tuee 18 canards & 30 macreuses, & ma femme 5 macreuses; & demain, s’il plait à Dieu, nous y retourneron»

Ma lasciandosi adottare ben volentieri da Napoli e dalla sua cultura, Maria Amalia si faceva guidare negli usi e nelle abitudini di questa città: giocava al lotto e ai giochi d’azzardo, frequentava molto il teatro, dava feste sfarzose e vi partecipava. Tutto questo però era solo l’aspetto corale e pubblico.

L'attività politica

Ormai, con sempre maggiore determinazione, la regina andava prendendo coscienza dei problemi politici del suo Stato e se ne faceva carico. Appena sedicenne, nel 1740, intervenne presso il padre affinché si facesse garante della neutralità del Regno di Napoli nei confronti del sovrano d’Inghilterra, Giorgio II. Tuttavia, ancora nel 1742 la posizione politica di Maria Amalia sembrava poco influente e assai limitata, infatti l’ambasciatore sabaudo a Napoli, il conte Ludovico Solaro di Monasterolo, sottolineava che Carlo «non le lascia [a Maria Amalia] alcuna inferenza negli affari del Regno, quantunque privati, poco deferendo alle sue raccomandazioni» Ma in realtà la regina non sarebbe rimasta la bambina silente e consenziente apparsa fin allora. Quando con l’età divenne donna mostrò determinazione e capacità, appoggiata da quello che tante volte fu definito il partito della regina, fatto prevalentemente di donne, da Anna Pinelli – principessa di Belmonte, molto vicina agli ambienti austriaci poi passata alla causa borbonica, amica e confidente della sovrana –, alla principessa di Colubrano, la marchesa di Solera, le principesse di Stigliano, di Camporeal e di San Severo, le duchesse di Andria, Carvizzano e Maddaloni, le marchese di Fuscaldo e Spaccaforno, le contesse di Buccino, Svignano e Ventimiglia, la marchesa De Silva, la principessa di Pado, donna Atonia Provenzale e donna Francesca de Lescano, ma più di tutte la duchessa di Castropignano, Zenobia Revertera, che sulla regina ebbe una forte ascendenza, tanto da essere definita «la vera regina di Napoli».

Inoltre, la regina, come era naturale che accadesse, dopo aver dato alla luce un erede maschio, entrando a far parte del Consiglio di Stato, aveva rafforzato il suo potere divenendo parte attiva del governo, intervenendo in «tutti li dispacci dei segretari di Stato» e interloquendo «in tutte le materie vivacemente»
Nel 1746, l’ambasciatore francese de l’Hôpital scriveva a Luigi XV:

«[…] questa principessa, ambiziosa dalla nascita, aspira a governare e può accadere che un giorno giunga ad avere in Europa una parte importante tanto più che aumenta la sua influenza sullo spirito del re suo sposo».

L'attività politica

Ormai, con sempre maggiore determinazione, la regina andava prendendo coscienza dei problemi politici del suo Stato e se ne faceva carico. Appena sedicenne, nel 1740, intervenne presso il padre affinché si facesse garante della neutralità del Regno di Napoli nei confronti del sovrano d’Inghilterra, Giorgio II. Tuttavia, ancora nel 1742 la posizione politica di Maria Amalia sembrava poco influente e assai limitata, infatti l’ambasciatore sabaudo a Napoli, il conte Ludovico Solaro di Monasterolo, sottolineava che Carlo «non le lascia [a Maria Amalia] alcuna inferenza negli affari del Regno, quantunque privati, poco deferendo alle sue raccomandazioni» Ma in realtà la regina non sarebbe rimasta la bambina silente e consenziente apparsa fin allora. Quando con l’età divenne donna mostrò determinazione e capacità, appoggiata da quello che tante volte fu definito il partito della regina, fatto prevalentemente di donne, da Anna Pinelli – principessa di Belmonte, molto vicina agli ambienti austriaci poi passata alla causa borbonica, amica e confidente della sovrana –, alla principessa di Colubrano, la marchesa di Solera, le principesse di Stigliano, di Camporeal e di San Severo, le duchesse di Andria, Carvizzano e Maddaloni, le marchese di Fuscaldo e Spaccaforno, le contesse di Buccino, Svignano e Ventimiglia, la marchesa De Silva, la principessa di Pado, donna Atonia Provenzale e donna Francesca de Lescano, ma più di tutte la duchessa di Castropignano, Zenobia Revertera, che sulla regina ebbe una forte ascendenza, tanto da essere definita «la vera regina di Napoli».

Inoltre, la regina, come era naturale che accadesse, dopo aver dato alla luce un erede maschio, entrando a far parte del Consiglio di Stato, aveva rafforzato il suo potere divenendo parte attiva del governo, intervenendo in «tutti li dispacci dei segretari di Stato» e interloquendo «in tutte le materie vivacemente»
Nel 1746, l’ambasciatore francese de l’Hôpital scriveva a Luigi XV:

«[…] questa principessa, ambiziosa dalla nascita, aspira a governare e può accadere che un giorno giunga ad avere in Europa una parte importante tanto più che aumenta la sua influenza sullo spirito del re suo sposo».

La nascita della Reggia di Caserta

Quel giorno era ormai giunto. Maria Amalia fu molto presente nelle decisioni politiche del Regno e lo fu, naturalmente, anche in quelle che riguardavano la costruzione di palazzo reale. Dei suoi voleri, dei suoi desiderata, ci dà contezza l’architetto Luigi Vanvitelli nel carteggio con il fratello Urbano. Nelle lettere egli racconta quotidianamente degli incontri con i sovrani e dei desideri che questi esprimono per la realizzazione di quello che sarebbe dovuto diventare il “palazzo-Stato” del Regno di Napoli:

«Dopo aver aspettato una mezza ora perché ritornasse il Re dalla pesca, sono entrato et ànno avuto la clemenza di ammettermi in solo congresso con il Re e la Regina, che con tutta cortesia et impazienza volevano vedere ciò che vi era dentro la cartella; onde, baciato ad ambo le mani, gli ho mostrato li disegni ad uno ad uno, et in vero il gradimento è stato così eccessivo che io non posso sperarlo maggiore. Tre volte e più ha voluto la Regina riconoscere gli appartamenti e li comodi e tutte le parti […] e la regina à detto al Re: Quando vi sarà andato Vanvitelli voglio che ci facciamo una scorsa, e sul luogo vediamo tutto»

La stessa regina poi chiede all’architetto un piano regolatore per la città:

«[…] mi ha detto la Regina che vuole io faccia un disegno per la Città di Caserta e le strade, perché chi averà da fabbricare vi fabbrichi con buona direzione, né più alto né più basso, ma tutto con ordine»

A Maria Amalia la costruzione della reggia interessava profondamente; quello che ella chiedeva all’architetto non era un semplice memorandum ma l’esecuzione di propri desideri, di proprie idee: dava disposizioni, chiedeva conferme, verificava l’operato.

«La Regina ha detto che vuole le copie di tutti i disegni per metterli in un gabinetto […] Ha soggiunto che, perché la fabrica si solleciti, vi aggiungerà qualche altro soccorso e […] terminato il pranzo, subito ritornarono il Re e la Regina con un numero maggiore di Cavalieri, fra i quali il Generale delle Galere, il Cavaliere Acciajoli, protettore di Fuga, Stigliano et altri con Aragona […] e volle la Regina che nuovamente si rivedessero e si spiegassero a uno a uno»

Dalla magnificenza dell’opera Maria Amalia si aspettava la magnificenza del suo regno:

«La Regina incalzava e diceva: Vanvitelli, fa che quest’opera sia il tuo capo d’opera, perché se sai fare et il disegno mi piace quanto mai si può dire […] non credo si ritroverà nessuno che voglia mai più disapprovare Caserta, anzi nessuno ne averà ardire. Poi mi disse: Vanvitelli opera bene e non dubitare»

Riponeva nell’architetto di origini olandesi un’immensa fiducia, era certa che i suoi desideri sarebbero stati realizzati:

«Vedi, in questo loco, Vanvitelli, mi hai da fare una bella fontana»

E Vanvitelli l’accontentò:

«In Caserta dunque, dopo aver livellato, ne formai un disegno della grandezza degl’altri, in cui rappresentai la veduta del Paese e procurai di farla con buon garbo. Indicai tre linee di colore rosso, le quali segnavano li piani delle sorgenti che fluiscono, una detta di Giove, alta palmi 39 dal condotto antico, l’altra detta Fontanelle alta palmi 138, e contrassegnai con i numeri tutte le dimensioni principali, oltre le scale delle quali col compasso si può prendere la medesima misura; a piedi il medemo, vi ho fatta una carta volante per il titolo, et in mezzo con bizzarria vi ho intrecciato una gran fontana con copiosi getti di acque, la quale rappresenta il carro di Venere, con la medesima a sedere, sostenuto da varii tritoni, i quali rimangono aggruppati dalli delfini, che tirano il detto carro, sulli quali cavalcano delli putti con le buccine alla bocca per cui tramandano fontane, di modo che puotea presentarsi. Mercoledì dunque andiedi a Portici, e lo presentai alle loro Maestà […] disse la Regina, dopo aver lodato il disegno: quella fontana la voglio nel Giardino così, perché le piaceva in quel modo»

Certamente anche Carlo seguiva con attenzione e partecipazione l’evolvere della progettazione, ma il suo parere non fu mai determinante; l’ultima parola Maria Amalia la lasciava per sé:

«Ieri matina arrivò la Regina a Caserta con li prencipini Reali […] salì sopra, entrò nella camera, ove erano attaccati i disegni con le cornici e cristalli […] mi fece chiamare dentro e volle essere informata di tutto, ma singolarmente le piacque la Prospettiva principale. […] In tavola non si parlò che delli disegni in presenza di tutta la Corte, […] voleva andare sulla torre del Palazzo per vedere di alto la delineazione del Palazzo e del Giardino […] dopo essersi fermata una buona mezza ora sulla torre, Sua Maestà discese e volle che io seco restassi a nuovamente spiegare li disegni più minutamente. Si parò dell’acqua e di tutte le cose, come ancora di alcuni Gabinetti che vorrebbe suo modo, dei quali dissi che adesso e sempre io procurarò uniformarmi alli pregiatissimi onori dei suoi comandi per mutare da capo a fondo, occorrendo, tutto il disegno. Rispose: no, questo non voglio, perché è molto bello, bene distribuito, mi piace»

Vanvitelli, dunque, mostra nel suo epistolario come Maria Amalia vigili su ogni particolare, effettuando lunghe visite ai luoghi:

«Ieri dopo pranzo, essendo oggi martedì, la Regina venne al solito a spasso per il parco e passò poi alla fabrica a vedere il casotto che si sta fabricando per la funzione di Giovedì. […] Girò tutto, volle calare nelli fondamenti avendovi io a bella posta lasciato una discesa come fosse scala, di modo che rimane comodissima. Si compiacque molto della poca profondità dei fondamenti, essendovi ritrovato il durissimo tufo […]. Dopo essersi bene bene infangata le scarpe, che a bella posta se le portò da uomo, dileggiando sempre le dame che erano venute in scarpette bianche col tachetto da corte, ritornò di nuovo a fare una girata per il Parco a vedere la piantagione degli alberi del nuovo Giardino»;

ma anche come ella apprezzi il lavoro dell’architetto:

«Io sono contentissima del vostro disegno, ma molto più lo sono ora che vedo il luogo; ci vuole dell’acqua, e questa a tutti costi si averà da portare dove sarà, o sia vicina o sia lontana; lascia passare la stagione rigorosa e poi anderai a visitare et esaminare tutto, perché l’acqua deve venire per fare questa delizia […]»

sentendolo pure vicino al suo modo di essere:

«Mi pare che tu, Vanvitelli, abbi come ho io l’umore che quando ài fatta una cosa ti gira subito in testa di farla meglio con un’altra idea»

La presenza decisionale di Maria Amalia non si limitò alla parte progettuale e architettonica, ma fu significativa anche nelle scelte pittoriche. Per esempio, per quanto riguarda la decorazione della Cappella Palatina, ella si oppose al progetto vanvitelliano di impiegare Niccolò Ricciolini, amico dell’architetto e accademico di San Luca:

«Ho fatto l’ultima prova per il Signore Ricciolini anche con l’aiuto di Tanucci, ma non vi è rimedio: non piace alla Regina, e da Roma sono state date cattive relazioni, di modo che per ora non ho speranza più d’aiutarlo»

Volle la Nascita della Vergine, del maestro Sebastiano Conca, che la lasciò stupefatta:

«Domenica mattina fu portato a Palazzo il quadro di Conca; lo vidde il Re per il primo, e gli piacque moltissimo. Sopragiunse la Regina e la fermò, né puotea saziarsi di lodarlo, tanto che si voltò al Re e disse: Oh non vi è altro; io avevo già stabilito il quadro grande dell’Altare, come tu sai, ma non voglio cercare altri, giaché Conca sta in buona salute. E poi rivoltossi a Conca e le disse due volte: E viva Conca»;

e lo Sposalizio di Maria di Giuseppe Bonito e la Presentazione della Vergine al Tempio di Anton Raphael Mengs, senza accettare i suggerimenti di Vanvitelli. Le grandi pale d’altare giunsero a Caserta mentre i sovrani lasciavano Napoli per andare a governare in Spagna. Maria Amalia non vide mai la reggia ultimata. Di lì a poco morì, nel 1760, con molti rimpianti per la terra lasciata e una profonda insofferenza per la sua nuova residenza, l’Escorial, nella quale non si sentì mai a casa.

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